Si può davvero parlare di dipendenza da lavoro?

fonte: LINKIESTA
di Cristina Tognaccini
Sul manuale diagnostico dei disturbi mentali (Dsm) non compare, ma alcuni psicologi lo considerano un disturbo. Si tratta della dipendenza da lavoro, una delle nuove dipendenze che come il gioco d’azzardo e internet non è causata da alcuna sostanza d’abuso. Workaholic, fu la parola coniata nel 1968 da Wayne Oates, uno psicologo americano, che nel saggio Confessions of a Workaholic, dichiarò lui stesso di aver sofferto di un disturbo di eccessiva dedizione al lavoro, simile a una dipendenza da sostanze d’abuso, come l’alcol. Da qui l’unione delle parole work e alcoholic. Una definizione medica precisa del disturbo non esiste, ma secondo alcuni esperti (qui e qui per citarne alcuni), si riferisce a tutte quelle persone troppo dedite al lavoro per cui lavorare diventa una vera e propria ossessione. Ossessione che li porta a trascurare famiglia, amici, e i proprio bisogni personali, e che ha ricadute sulla salute.
Nel 1992 viene pubblicato il primo lavoro in cui si cercò di dare una definizione a questo disturbo e in qualche maniera quantificarlo. Oggi poi, volendo valutare la propria dipendenza da lavoro, sono disponibili diversi test facilmente reperibili sul web (qui, qui e qui). Ma la linea di confine tra dedizione al lavoro e workaholic non è così facile da tracciare, tanto che viene spesso chiamata “dipendenza ben vestita” perché è difficile riconoscerla. Soprattutto in un momento storico come quello attuale in cui si è perennemente connessi – ed è facile portare il lavoro a casa – e il lavoro scarseggia. Così chi ce l’ha se lo tiene stretto anche a costo di lavorare più di quanto si dovrebbe. Ma come riconoscere un work-addicted? I più colpiti sembrano essere… continua a leggere

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