Rivoluzioniamo il Mezzogiorno di Danilo Barreca

La crisi economica nel Mezzogiorno è strutturale e di sistema. La gravità della situazione inoltre è rappresentata dal fatto che in questi territori non vi sia consapevolezza del ritardo accumulato in questi anni.
Tutto questo in un quadro politico dominato dalla clientela politica, dove il ricatto occupazione rappresenta la leva per la costruzione del consenso elettorale.
Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito ad una costante enunciazione da parte del ceto politico meridionale che preannunciava la definitiva uscita dal sottosviluppo. Al contrario possiamo oggi registrare un sostanziale fallimento delle politiche di “programmazione negoziata” Ue/regioni, anche grazie al fatto che di diceva di voler combattere il sottosviluppo lo ha in realtà alimentato proprio per trarre vantaggio dall’arretratezza del Sud. Oggi la classe politica meridionale si batte perché il Sud resti nell’area obiettivo uno in modo che continuino i finanziamenti europei.

Le attività industriali collocate nel Mezzogiorno sono pressoché inesistenti, e quando sono presenti, sono in fase smantellamento, il tasso di disoccupazione tende ad aumentare, cresce il divario tra il nord e il sud d’Italia, è in aumento l’emigrazione giovanile, soprattutto quella ad alta formazione; il quadro si aggrava maggiormente se si parla di occupazione femminile. Una famiglia su tre vive ormai sotto la soglia di povertà.
Molte delle lotte più significative di questi ultimi anni, da Scanzano a Melfi, da Acerra a Termini Imerese, passando dalla lotta contro la costruzione del Ponte sullo Stretto, in ultimo Taranto, si sono svolte al Sud. La crisi delle politiche neoliberiste ci dice che questo sistema economico ingiusto è ormai arrivato al capolinea e, soprattutto nel Mezzogiorno non ci sono politiche riformiste in grado di invertire la tendenza. È evidente quindi, che un nuovo partito localista, sudista o costruito su base etnica non rappresenterebbe la carta vincente, non si propone affatto una nuova questione meridionale contrapposta alla questione settentrionale o alla questione operaia, ma a questo punto è utile elencare prima di tutto, cosa non serve al Mezzogiorno.
Il Sud non ha bisogno di politiche industriali, non ha bisogno di nuove infrastrutture (bisogna casomai migliorare quelle già esistenti) non ha bisogno di altro cemento. È necessaria una netta inversione di tendenza: programmare ad esempio il recupero dei centri urbani oramai spopolati creando una rete di urbanisti, geologi, economisti previa messa in sicurezza dei territori istituire un’agenzia per la produzione energetica alternativa (energia solare, biomasse), moratoria opere ad alto impatto ambientale, mappatura e riqualificazione dei servizi sociali essenziali a partire da scuola e sanità, valorizzazione dell’agricoltura biologica.
A sud opera tutt’ora una classe politica che trasversalmente opera per il saccheggio di risorse pubbliche, in larghissima parte espressione diretta delle cosche della ‘ndrangheta totalmente asservita alle logiche del potere romano. La burocrazia è diretta emanazione degli apparati politici, proviene prevalentemente dalla media borghesia meridionale parassitaria e privilegiata, che come nelle più antiche dinastie, spesso succede a se stessa nei pubblici uffici. La magistratura, spesso, è a dir poco sonnolente, contribuisce con un atteggiamento superficiale e pressappochista all’annientamento dello “Stato di diritto”. I territori meridionali sono tra i più controllati d’Europa sia per quanto riguarda la mole di intercettazioni telefoniche autorizzate dalle Procure sia per presenze sul territorio di operatori di p.s. (la media in Italia è di 1 operatore di p.s ogni 261 cittadini, in Calabria, ad esempio è di uno ogni 175 cittadini).
Il ruolo che Rivoluzione Civile deve avere nel meridione d’Italia è quello di liberare i territori dal sistema affaristico -mafioso che domina incontrastato.
Si deve proporre una nuova legalità, costruita dal basso, contro la corruzione, le clientele, gli sperperi. Per fare questo dobbiamo aprirci alla società reale, contribuire a costruire e fomentare ogni movimento rivendicativo, essere parte dei processi di cambiamento.
È necessario al più presto convocare una conferenza meridionale perchè è urgente costruire un punto di osservazione e di proposta politica originale che metta nelle condizioni di dare un coordinamento stabile alle strutture regionali meridioni.
Se si vuole invertire questa tendenza bisogna costruire al Sud gruppi dirigenti liberi dal ricatto occupazionale e utilizzare meglio i nostri eletti a tutti i livelli e far si che ci siamo anche un momento di verifica del lavoro svolto, cioè di quanto e come legiferato, approvato o respinto nelle varie assemblee elettive.
Il Meridione d’Italia è strategico per la costruzione del cambiamento del Paese, questa la sfida che dobbiamo saper affrontare.

DANILO BARRECA – danilobarreca@virgilio.it

Share
Questa voce è stata pubblicata in Basilicata, Calabria, Campania, La Rete, La Rete 2018, Mezzogiorno, Puglia, Rivoluzione civile, Sicilia. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *