Meno Stati, più Europa

rinaldi2Condivido in pieno l’analisi di Barbara Spinelli in due suoi articoli pubblicati su “La Repubblica”: “Moderatamente europeo” del dicembre 2012 e il più recente “Il vecchio paese degli spiccioli”, del febbraio scorso.

In entrambi la giornalista critica l’approccio ottuso di alcuni paesi, in primis l’Italia, secondo il quale le cause della crisi attuale e le conseguenti soluzioni vanno cercate nei singoli Stati e non nell’Unione europea.

In “Moderatamente europeo” si parla dell’Agenda Monti basata sul cosiddetto “centrismo radicale”.

Nonostante si dichiari progressista e pro-Europa, l’ex premier sembra poco attratto dall’idea di una riforma globale dell’UE ed incline, invece, ad impegnarsi concretamente a livello statale.

L’espressione “centrismo radicale” poi appare decisamente inappropriata per un programma che ha ben poco di radicale e che propone solo lievi correzioni, non una riforma globale dell’Unione.

L’Agenda inoltre si ispira a una visione liberista che individua la soluzione di tutti i problemi nei mercati non considerando, ad esempio, la dimensione sociale che rappresenta un fattore chiave nell’attuale crisi. Concludendo, una valida alternativa all’Agenda di Monti potrebbe essere un ‘New Deal’ europeo che riavvii la crescita e aumenti le risorse dell’Unione a sostegno dei piani europei nei settori della ricerca, delle infrastrutture, dell’energia, della tutela dell’ambiente.

In “Il vecchio paese degli spiccioli”, la riflessione si concentra sul bilancio dell’UE su cui i leader europei si sono accordati. Un risultato misero, frutto di interessi nazionali e di scelte intergovernative, ignaro dell’interesse generale. Il meccanismo é da tempo lo stesso: ogni capo di governo cerca di guadagnare quanto più possibile (o perdere il meno possibile), a scapito dell’Europa. Anche questa volta é andata così: Monti ha rinunciato all’opportunità di bloccare il bilancio, accettando tagli drastici alle risorse comuni.

Sarebbe auspicabile che l’UE acquisisse un potere impositivo per poter realizzare politiche di sostegno quando necessario, senza ricorrere al metodo dei contributi dei singoli Stati, evidentemente inefficiente. Il confronto con paesi extra-europei dimostra inoltre che la crisi non è tanto economica (ci sono paesi con un debito pubblico decisamente superiore a quello italiano, come gli USA e il Giappone), ma politica: sono le scelte fatte a livello intergovernativo, guidate unicamente dagli interessi dei singoli Stati, a rappresentare un ostacolo all’adozione di politiche che vadano a beneficio di tutta l’Europa.

Infine un richiamo al Parlamento europeo, dove i capi dei principali gruppi politici hanno già espresso la loro contrarietà, affinché voti contro il bilancio pluriennale, che rende l’UE un attore inefficace, incapace di affrontare le sfide che le si presentano.

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