Il voto dalla maggioranza precaria di un popolo di precari

Alla tavola della politica i cittadini italiani hanno servito un voto specchio del loro umore: disorientato e confuso.
Il voto dalla maggioranza precaria di un popolo di precari. Sono state le elezioni di un popolo che soffre, che non ce la fa più, che non crede più.
Chi voleva irrompere con una nuova politica di governo torna a casa con le pive nel sacco – la nostra rivoluzione civile, il fare per fermare il declino, sono ormai locuzioni da scrivere con le lettere minuscole, perché gli italiani non credono più.
La spedizione punitiva contro l’Italia dei Valori è riuscita, ma non è servita a nessuno, tantomeno sarà servito dividersi.
L’Europa potrà osservare quanto fossero apprezzate e convincenti le pratiche spacciate per “europee”. Le piazze si sono riempite di un rinnovato gusto per l’opera buffa, per il grottesco, per la caricatura. Che ha fatto breccia perché è la stessa politica istituzionale ad avere da tempo varcato la soglia del grottesco, rendendosi opera buffa e caricatura.
Le “feste di piazza”‘sono finite, le “carte colorate”‘sono per terra, e restiamo col debito, la corruzione, l’evasione, le varie caste, i conflitti d’interesse. Così questa transizione della politica italiana è senza fine, non approda ancora da nessuna parte. Sembra la storia dell’eternità o, per restare in tema, una storia universale dell’infamia.
Oggi non ci resta, a ciascuno di noi, che tornare a compiere il nostro dovere di cittadini, ogni giorno, oltre il voto, e con la tenace convinzione che si dovrà fare meglio per salvare il nostro benamato e dolorante Paese – è troppo dire patria?
Adesso, quarto stato, bene comune, yes we can, adesso, rottamazioni, e tanti altri slogan ormai sono solo dettagli, e patetici come molti dettagli. E anziché “fare politica”, bisogna inventare la politica, e ancora più di prima adesso spetta a tutti noi farci sotto. Ci ricorderemo di questi anni, e ci ricorderemo di come li avremo saputi superare.
Niccolò Rinaldi

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