Facciamo il punto sulle politiche abitative in Europa

rinaldi2di Niccolò Rinaldi
Ho letto con attenzione il documento richiesto dalla commissione per l’occupazione e gli affari sociali del Parlamento europeo pubblicato nel gennaio 2013.
L’ho trovato sintetico, ma allo stesso tempo completo. Oltre ad offrire una panoramica sugli alloggi sociali nella zona UE e presentare la risposta del settore alla crisi finanziaria, lo studio tratta i più recenti sviluppi in materia a livello europeo e le problematiche relative alla contrapposizione di due necessità: quella di assicurare alloggi adeguati e convenienti e quella di garantire una reale concorrenza tra gli attori di mercato.
La recessione economica ha determinato, anche se in proporzioni diverse a seconda dei paesi, un aumento del livello di povertà e della domanda di alloggi sociali.
Queste necessità, che non riescono a essere soddisfatte dal mercato, spesso si trovano a non esserlo nemmeno dal settore pubblico, viste le restrizioni di budget cui sono soggetti i paesi membri.
La situazione è critica: negli ultimi tempi due nuove categorie di individui richiedono alloggi sociali: le famiglie appartenenti al ceto medio e i lavoratori con contratti temporanei o atipici.
I dati raccolti e citati nello studio evidenziano come nelle prime fasi della crisi alcuni Stati abbiano previsto all’interno dei loro programmi di governo sensibili aumenti della spesa pubblica per gli alloggi sociali mentre altri, a causa di un’ insufficiente disponibilità di risorse pubbliche, abbiano diminuito gli interventi in questo settore.
A partire dalla metà del 2011, invece, i tagli alla spesa pubblica hanno determinato una riduzione degli investimenti in politiche sociali, alloggi compresi, in quasi tutti i paesi europei e un aumento del ricorso a politiche mirate, a sostegno dei più deboli. L’intero settore è stato riorganizzato: a fornire i servizi e gli alloggi sociali, non è più solo il settore pubblico, ma anche e soprattutto attori privati e organizzazioni non- profit.
In tutta Europa l’attenzione al settore è massima, e non potrebbe essere altrimenti. Ma cosa dicono del “social housing” i trattati e le fonti normative internazionali ed europee?
Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 è stato riconosciuto il diritto ad un “alloggio adeguato”, così come nel 1991 dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociali e culturali.
A partire dagli anni ’90 anche l’Europa si è interessata al tema: in una risoluzione del 1997 il Parlamento europeo ha incluso tra i diritti sociali fondamentali quello ad un “alloggio adeguato e conveniente per tutti” .Anche la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE menziona questo diritto, la cui garanzia è divenuta parte dei suoi più recenti obiettivi, così come stabiliti nella Strategia “Europa 2020”.
Disporre di un “alloggio adeguato e conveniente” è considerato all’unanimità un diritto e un pre-requisito per l’inclusione sociale. Data la presenza di diversi interessi nel settore, le controversie tra rappresentanti del settore privato (principalmente del mercato immobiliare) e pubblico e la Commissione europea riguardo la legittimità degli aiuti di Stato non sono mancate. Non sono mancate neppure le contrapposizioni: chi sposa un modello “universale”, secondo cui le politiche relative agli alloggi sono responsabilità del settore pubblico, unico in grado di garantire a tutti alloggi di qualità a un prezzo ragionevole contro chi preferisce un approccio “mirato”, con l’obiettivo di soddisfare solo l’eccesso di domanda che il mercato non riesce a soddisfare.
I dati raccolti richiamano all’urgenza: servono risposte coordinate e rapide a livello europeo.
Innanzitutto una definizione comune, per elaborare una strategia che identifichi gli strumenti necessari lasciando alle autorità locali l’implementazione delle politiche specifiche. Pur se l’implementazione delle politiche abitative é di competenza esclusiva degli Stati membri (e non europea), un ruolo di coordinamento da parte dell’UE é auspicabile, considerando che due settori strettamente legati a questo, quello socio-economico e quello ambientale sono regolati dall’UE.

CASE STUDIES
In tempi difficili…si aguzza l’ingegno! La crisi ha fatto emergere nuove necessità tra cui quella di diversificare gli strumenti di finanziamento delle politiche sociali, aprendo al privato e al non- profit; migliorare l’efficienza energetica, garantendo la sostenibilità ambientale; soddisfare i bisogni dei meno tutelati, in particolare giovani e anziani. Alcuni stati membri hanno risposto a queste sfide con nuovi approcci. Il documento riporta cinque iniziative, a mio parere tutte ugualmente interessanti. Li descrivo brevemente.
Il primo esempio viene dall’Olanda, dove alcune organizzazioni del terzo settore hanno avviato un progetto intergenerazionale che consiste in alloggi dove coabitano donne giovani e anziane. In questa maniera si è voluto affrontare non solo il problema abitativo, ma anche la costruzione di relazioni sociali tra persone di età differenti.
Il secondo caso viene dal Regno Unito dove si è investito sul risparmio energetico, sia per ridurre sia i consumi che l’inquinamento ambientale.
Il terzo progetto, realizzato in Francia, si è concentrato sulla costruzione di strutture abitative di alta qualità e sostenibili dal punto di vista ambientale, affiancate da servizi pubblici, contribuendo così a riqualificare aree periferiche disordinate e trascurate.
In Ungheria l’impegno di alcune persone in difficoltà è servito a restaurare proprietà fatiscenti. Questo progetto è andato incontro sia alle autorità locali, in evidente difficoltà economica, sia ai più svantaggiati, dando loro non solo l’opportunità di lavorare ma anche quella di vedere migliorata la propria reputazione nella società limitando i fenomeni di discriminazione.
Voglio chiudere con due iniziative “made in Italy” di tutto rispetto.
La prima è un progetto implementato a Bologna che consiste nella realizzazione di alloggi a basso costo attraverso azioni di restauro da parte dei futuri abitanti. Il risultato è stato triplice: una notevole riduzione dei costi, la creazione di reti sociali tra i residenti e l’acquisizione di competenze pratiche.
La seconda è il caso della scuola Hertz a Roma, un istituto tecnico sulla Tuscolana abbandonato per tre anni e occupato nel 2011 da un gruppo di famiglie sostenute dal “Comitato popolare di lotta per la casa”.
Una volta entrati nella struttura tutti si sono dati da fare e hanno ristrutturato l’edificio per trasformare le vecchie aule in appartamenti. Tra i lavori compiuti, interventi sulla rete fognaria e il rifacimento degli impianti idraulici ed elettrici. Da questo progetto, completamente autofinanziato, sono nati 15 alloggi di estensione compresa tra i 30 e i 60 metri quadrati. Quando saranno completati i lavori- auspicabilmente entro giugno prossimo con la consegna di altri 6 alloggi- verranno realizzati gli orti che saranno gestiti dagli anziani del quartiere. Oltre ad affrontare il tema dell’emergenza abitativa in modo concreto e propositivo, il Progetto Hertz ha una dimensione multietnica e multiculturale: nell’ex-scuola abitano sudamericani, marocchini, egiziani, single, famiglie, donne sole con figli e anziani. Tra gli elementi positivi: la riqualificazione di una struttura che altrimenti andrebbe in malora, la disponibilità di una casa per chi ne ha bisogno, un notevole risparmio di costi rispetto ai residence provvisori per chi è in attesa di un alloggio popolare. E in più, per dimostrare ancora la loro buona volontà, gli inquilini hanno promesso di consegnare, ogni mese, una quota al Comune per pagare le utenze. Ho visitato la scuola lo scorso febbraio con alcuni giornalisti di France24: è stata proprio una bella giornata.
Ringrazio tutti per il calore e l’affetto con cui ci hanno accolto e per i messaggi positivi che una simile iniziativa può trasmettere.

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