Coerenza non significa moralismo. Né mediazione vuol dire inciucio

novellifonte: NuovaSocietà
di Diego Novelli
Da dove incominciamo? Da Dario Franceschini il quale, sino a due giorni fa, a sostegno di Bersani affermava che con Berlusconi non era possibile fare alcun accordo di Governo.
Oggi, folgorato sulla via del Quirinale, pone un aut aut: o un’intesa con il Pdl oppure elezioni anticipate, ben sapendo che il “Porcellum” la farebbe nuovamente da padrone.
Difficile comprendere la giravolta dell’ex capogruppo alla Camera del Pd, anche se a due mesi dal voto la posizione di stallo in cui è incastrata la situazione politica è più che allarmante.
È urgente uscire dal tunnel in cui siamo finiti: bamblinare è da irresponsabili poiché la tensione in larghissimi settori dell’opinione pubblica è alle stelle, mentre l’esasperazione porta a dati estremi.
Anche l’incivile accoglienza della Boldrini a Civitanova Marche (persona totalmente estranea ai misfatti della politica praticata in questi ultimi vent’anni) ci dice che il livello di guardia è stato superato. Sulla polveriera dell’esasperazione possono facilmente cadere tizzoni della provocazione.
Per tornare a Franceschini, ci rifiutiamo di credere che l’allusione benevola da parte di alcuni esponenti del Pdl a una eventuale candidatura per il Colle di Franco Marini abbia potuto favorire il mutamento della sua opinione relativa a un’intesa con il Cavaliere.
Ma soprattutto non è chiara, nell’intervista di turno sul Corriere della Sera, cosa voglia dire “dare vita ad un governo anche con i voti del Pdl”. Su quale base programmatica? Con quali ministri?
Sommando i voti del Pd, con quelli del M5s, con il numero delle schede bianche, nulle e quello degli astenuti si supera il 70% del corpo elettorale che, in un modo o nell’altro, ha espresso l’esigenza di un cambiamento.
È con un’intesa, sia pure temporanea, con Berlusconi che Franceschini (come aveva già sostenuto Matteo Renzi) pensa di rispondere a questa esigenza?
E veniamo a Bersani. È stata più che legittima, costituzionalmente corretta, la sua proposta a Napolitano di poter avere un incarico “pieno” per formare un Governo e di chiedere in Parlamento i voti sulla base di otto punti programmatici.
Era questo l’unico modo serio per stanare Grillo e mettere fuori gioco Berlusconi.
In caso del perdurare delle follie dell’ex comico (assiso sul trono del Piccolo Cesare) non è da escludere una qualche esplosione tra i parlamentari grillini, poiché tra gli eletti ci sono anche persone che pensano con la loro testa e che non hanno portato il cervello all’ammasso. Nel caso di un voto negativo al Senato si imporrebbero elezioni, ma con in carica il Governo Bersani per l’ordinaria amministrazione e la liquidazione definitiva dell’esperimento Monti.
Si obbietta che, viste le resistenze del Quirinale favorevole soltanto a un Governo con una maggioranza preventiva accertata, Bersani avrebbe dovuto fare un passo indietro e non insistere con il M5s e subire grossolane umiliazioni. È vero anche se non si può invocare strumentalmente l’orgoglio di partito o il prestigio di un leader.
Si deve guardare alla drammatica realtà del Paese, come ha sempre detto Bersani anche se, dopo aver lanciato la sfida sui contenuti e constatata la tracotanza della coppia Grillo-Casaleggio, la spina andava staccata. Agli elettori del M5s la responsabilità e il compito di giudicare.
Per concludere, la linea del Quirinale e le ultime sortite di Matteo Renzi. Francamente non ci hanno convinti.
Perché l’unica via percorsa rigidamente dal Colle è stata quella delle larghe intese, cioè un accordo con Berlusconi?
La mediazione non è peccato, anzi è segno di intelligenza politica; ma ha un limite: non va confusa con i pateracchi o come si usa dire oggi: gli inciuci.
Non si può mettere sotto i piedi la coerenza temendo di essere troppo intransigenti-moralisti, se non addirittura settari.
L’accusa – ad esempio – rivolta al vertice del suo partito da Umberto Ranieri (molto vicino al Quirinale) “di avere sbagliato tutto” non solo è ingenerosa ma totalmente errata.
Ranieri è stato uno dei più accalorati difensori dell’agenda Monti, sostenendo con altri esponenti dell’ala moderata (ai tempi del Pci si chiamavano “miglioristi”) che nel programma elettorale del Pd si doveva garantire agli italiani la linea polico-economico-sociale seguita dal Governo dei tecnici.
Dopo il clamoroso flop della Lista Civica per Monti, è caduto su quella linea politica un silenzio tombale.
Il Sindaco di Firenze, con i suoi fans, è andato su tutte le furie per il titolone apparso sull’Unità il 5 aprile: “No di Renzi al Governo Bersani”, chiedendo addirittura le dimissioni del direttore del giornale.
Del fatto si è parlato a lungo nella trasmissione di Gad Lerner “Zeta”, mentre Travaglio sempre in omaggio alla libertà di stampa ha chiesto, invece, per il modo come il giornale fondato da Antonio Gramsci tratta i grillini, l’intervento dell’Ordine dei giornalisti.
Ma quando mai i vari Belpietro, Feltri, Sallusti con falsi clamorosi hanno diffamato il prossimo sono stati richiesti interventi dell’Ordine? A nostro modesto parere il titolo dell’Unità era giusto politicamente (perché riferiva un dato incontestabile) ma sbagliato giornalisticamente per l’eccessivo risalto a tutta pagina, sotto la testata.
Il giorno che malauguratamente dovesse scoppiare un nuovo conflitto tra le due Coree il vecchio glorioso giornale dovrebbe essere allargato per ospitare un adeguato titolo.
Il protagonista dell’ultima puntata di “Amici” sprizza da tutti i pori del suo giovane volto l’ambizione di arrivare subito, travolgendo tutti e tutto.
Calma Matteo, non sei più in un campeggio dei boy scout.

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