“Il Capitale” di papa Bergoglio

di Sara Melchiori

L’economista Zamagni presenta i passaggi della “rivoluzione economica” del papa. L’economia di mercato, nata dall’esperienza francescana, va alla deriva con la trasformazione del capitalismo in religione contrapposta al cristianesimo.
Tra le numerose novità rivoluzionarie di papa Francesco ce n’è una che, se compresa, diventa dirompente, stravolgente e sicuramente rappresenta un disturbo per molti pensieri forti e la necessità di un cambio di passo per la Chiesa. L’insistenza di Bergoglio contro la globalizzazione dell’economia, infatti, ha il potere dello svelamento di un arcano, solo nelle sfumature già colto e sottolineato dai suoi predecessori. A sottolinearlo è l’economista Stefano Zamagni, ospite della Facoltà teologica del Triveneto, a Padova, per il Dies academicus del nono anno di attività. Tema della prolusione: “Cristianesimo e ordine economico globale. La dottrina sociale della Chiesa con particolare riferimento al magistero di papa Francesco”. Un argomento coraggioso, che sottolinea la volontà della teologia di uscire ed essere nel mondo, fuori da torri d’avorio, con competenza e comprensione rispetto alle situazioni sociali ed economiche.
Non a caso, quindi, il professore bolognese ha introdotto la sua riflessione su papa Francesco e la dottrina sociale della Chiesa partendo da note storiche, a suo dire, spesso gravemente omesse o sconosciute proprio da quel mondo teologico che, invece, dovrebbe recuperare l’origine di alcuni impianti e pensieri economici che hanno accompagnato la storia degli ultimi seicento anni e le cui radici affondano nel cristianesimo.
CHIESA E MERCATO. Guardando alla storia – sintetizza l’economista -, si può cogliere un paradosso e dal paradosso lo “svelamento” sostanziale attuato da papa Francesco.
Nell’ordine, Zamagni precisa che «c’è un paradosso che inquieta la società di oggi»‘-’ e sta nel fatto che «la cristianità e stata la nutrice di quel modello di ordine sociale che chiamiamo società di mercato. Ma in tempi recenti proprio all’interno della cristianità si elevano le voci più critiche sulla società di mercato». L’arcano viene svelato da Bergoglio: l’economia globale di oggi non è più pensabile come la degenerazione (capitalismo) di un pensiero nato per obiettivi di bene comune (economia di mercato), ma è essa stessa una “religione”, che si pone in netto contrasto con il cristianesimo. Questa è la novità e la grandezza del pontefice che ha portato alla luce un passaggio sostanziale. E disturberà parecchio.
«L’economia di mercato – introduce Zamagni – e una creatura del pensiero cattolico cristiano, in particolare francescano. I mercati sono sempre esistiti, erano luoghi di scambio. Il pensiero francescano ha ritenuto di dover istituire l’economia di mercato come preciso modo di organizzazione sociale e questo modello si afferma intorno al quattrocento con l’umanesimo civile». Purtroppo – chiosa l’economista, invitando la teologia a fare un salto di qualità e di competenza – «i teologi non studiano questi passaggi e sanno poco di economia e di finanza, mentre fino all’ottocento i grandi teologi erano contestualmente dei grandi economisti». Come dare altrimenti un giudizio o orientare un orientare un pensiero teologico su quanto accade?
Il cristianesimo francescano introduce l’economia di mercato, civile, con la finalità “bene comune”; i monti di pietà – che sono banche – nascono per tradurre il principio di fraternità. «Fu Luca Pacioli, un francescano – ricorda Zamagni -, a inventare la partita doppia, per insegnare agli artigiani a far di conto e non farsi imbrogliare dagli usurai. L’amore verso l’altro porta cioè a capire che la carità samaritana non è sufficiente. Bisogna agire sulle cause che determinano certe situazioni e per questo motivo è stata inventata l’economia di mercato».
Le cose cambiano nel Seicento quando «avviene una grande inversione e l’economia di mercato civile diventa economia di mercato capitalista, processo che viene completato dalla riforma protestante». L’economia capitalista, finalizzata al bene totale, all’accumulazione del capitale e alla massimizzazione del benessere materiale, rappresenta quindi una degenerazione di quell’economia di mercato orientata al bene comune, pensata dai francescani e basata sui principi della fraternità e della reciprocità.
Con la rivoluzione industriale, a metà del Settecento, si arriva all’apice del mercato capitalistico; si perde la coscienza delle finalità originarie dell’economia civile, tanto che chi combatterà il capitalismo si contrapporrà all’economia di mercato, invece che alla sua degenerazione.
MERCATO E PENSIERO RELIGIOSO. L’ultimo passaggio epocale e sostanziale risale a quarant’anni fa quando «il capitalismo da nazionale diventa globale». Una modifica intrinseca del modello che viene colta ed espressa da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus, da Benedetto XVI nella Caritas in veritate e da papa Francesco nella Evangelii gaudium.
Ma è quest’ultimo papa ad aver capito il punto davvero in questione, che non riguarda tanto gli effetti perversi del capitalismo globalizzato, quanto la sua sostanza: «II capitalismo globale è diventalo esso stesso una religione, ovviamente immanentista. Questo papa ha dimostrato di capire più in profondità dei suoi predecessori questa inversione. Fino all’avvento della globalizzazione il macrocapitalismo era una deviazione dell’economia del mercato civile, con la globalizzazione l’economia capitalistica diventa essa stessa una religione e si pone in contrapposizione al cristianesimo».
E di un pensiero religioso questa economia presenta tutti gli elementi costitutivi (fine, mezzo, morale) sottolinea Stefano Zamagni. Ha un fine – telos – che è la crescita (non lo sviluppo) intesa come «aumento più alto possibile del valore dei beni e servizi che un sistema economico produce. Il fine dell’uomo e della società è crescere e questo fine viene giustificato legandolo alla felicità. Dobbiamo crescere, perché solo con la crescita materiale si può accedere alla felicità, tendenzialmente per tutti».
Ha poi un mezzo, l’efficienza «Ma il principio dell’efficienza porta come conseguenza la cultura dello spreco, in quanto solo gli efficienti hanno titolo per partecipare alla società. Gli altri vanno messi in disparte. Quando, invece, è il processo economico che deve mettersi a disposizione delle persone e non viceversa» – commenta l’economista citando una frase di Giovanni Paolo II del 5 gennaio 2004 -: «Una società che desse spazio solo ai membri pienamente funzionali, del tutto autonomi e indipendenti, non sarebbe una società degna dell’uomo. La discriminazione in base all’efficienza non è meno deprecabile di quella compiuta in base alla razza o al sesso o alla religione».
Infine, il capitalismo globale ha una morale: quella utilitaristica, che confonde la felicità con l’utilità. L’utilitarismo afferma che, per essere felici, si deve massimizzare l’utilità e poiché le utilità sono la conseguenza di un modo di far funzionare un processo produttivo, allora si deve accettare il principio dell’efficienza». E il cerchio si chiude.
LA DENUNCIA DI PAPA FRANCESCO. «La posizione, la novità e la tesi centrale del messaggio di papa Francesco è di svelare la natura religiosa del nuovo modello che chiamiamo capitalismo globale. È una missione che sta dando fastidio a troppi». Da qui i reiterati messaggi di Bergoglio, da quello del 17 gennaio 2014 al presidente esecutivo del World Economic Forum in occasione del meeting di Davos», alla sua contrarietà al principio dei magisteri non sovrapponibili – NOMA (Non Overlapping Magysteria) secondo cui, se l’economia deve essere una scienza, deve recidere il cordone ombelicale che la tiene legata alla politica e all’etica e quindi l’economia non può avere nulla a che fare con la politica, nel senso proprio di governo della città, né con l’etica.
«Con la globalizzazione – conclude Zamagni – è avvenuta un’inversione a 180 gradi: la politica da regno dei fini è diventata regno dei mezzi e l’economia da regno dei mezzi è divenuta regno dei fini”. Con la conseguenza che «oggi è il politico al servizio del!’economia, perché con l’avvento della globalizzazione chi definisce i fini è il mercato».
Questa denuncia di papa Francesco si può sintetizzare in tre messaggi-pilastro: a) non si può accettare la separazione tra etica e politica; b) la povertà non è la miseria e bisogna combattere la miseria, che è “male” e induce l’uomo al peccato; c) no al concetto di “ricaduta favorevole” alias “tesi dello sgocciolamento” (trickle down economics), che ritiene possibile ottenere un maggiore benessere per la società solo attraverso politiche favorevoli alla parte più ricca e produttiva del paese, portando la metafora della marea che crescendo solleva tutte le barche grandi e piccole. Papa Francesco denuncia questa tesi che di fatto è scientificamente falsa perché “dimentica” quelle barche che prima della marea si sono impantanate e di fatto rimangono sommerse!
Il papa segna una svolta molto interessante e invita il cristiano ad aggredire le cause generatrici di questo sistema perché «oggi il conflitto fra cristianesimo e capitalismo – afferma Stefano Zamagni – è teologico».

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